Il suo buongiorno (racconto breve)

Gino guardava la lampada sul comodino, si ricordava di quando Lena la sera gli chiedeva di spegnerla perché non riusciva a dormire. Ora era lui a non riuscire a dormire, né con la luce accesa, né con la luce spenta.

Respirava profondamente cercando di far tacere i pensieri che parevano vivere di vita propria e non riuscire a fermarsi.

Gino a vent’anni aveva dei sogni, poi con il tempo si erano trasformati; appena finita la scuola avrebbe voluto diventare un campione di nuoto, gli piaceva nuotare, ed era bravo, il fatto di essere cresciuto vicino al mare lo aveva aiutato. Poi il vento lo aveva portato lontano per proseguire gli studi, una nuova città, una nuova vita, il mare era diventato un ricordo lontano e con il tempo, il tempo che sposta sempre tutto come vuole, i suoi sogni erano cambiati. Era un diventato un ingegnere, e gli riusciva bene il suo lavoro, proprio come nuotare. In fondo a lui era venuto bene quasi sempre tutto quello che aveva provato a fare nella vita… e di cose ne aveva fatte molte, nella sua vita c’erano state ben ottantacinque primavere. Forse non aveva mai avuto un sogno unico, ben delineato, ma si era posto degli obbiettivi di volta in volta, di occasione in occasione, secondo le circostanze, le opportunità e soprattutto le necessità.

Lena non era così, lei aveva sempre avuto grandi sogni, immensi, sconfinati, di quelli impossibili quasi, lei era vissuta su una nuvola tutta sua ogni giorno della sua vita, inseguendo sempre le stesse stelle nel cielo, quelle più luminose e belle senza mai cambiare rotta. Una di queste stelle era stata proprio Gino. La prima volta che lo aveva visto lo aveva riconosciuto e tutto quello che aveva fatto in seguito nella sua vita lo aveva fatto per lui, non per farlo contento, no. Per renderlo fiero di lei, ma comunque lei credeva in tutto quello che faceva e lo faceva con amore perché erano le sue passioni, solo che non sarebbero servite a nulla se non ci fosse stato lui con cui condividerle, questo aveva sempre pensato Lena.

Lui all’epoca non la pensava proprio così, aveva delle priorità che avevano senz’altro più i valori della logica e della sopravvivenza.

Così Lena lo aveva aspettato, in silenzio, in disparte, sperando che arrivasse il momento giusto per entrare a far parte davvero della sua vita.

E quel giorno alla fine era arrivato, un giorno di marzo più caldo degli altri, in cui le mimose cominciavano a profumare l’aria intorno, lui era seduto su una panchina e vedendola arrivare improvvisamente e finalmente la vide con altri occhi, illuminata dai raggi del sole che si confondevano con la luce dei suoi occhi. Gino se lo ricordava ancora quel giorno in cui lei era arrivata con il suo vestito a fiori e lui tutto d’un tratto aveva capito che era l’unica persona con cui avrebbe voluto condividere ogni buonanotte e ogni buongiorno. Anzi che non avrebbe voluto passare nemmeno un altro giorno senza che questo accadesse. Ci aveva messo un bel po’ di tempo, ma per fortuna alla fine lo aveva capito. Già… per fortuna…  questo pensava ora Gino, che era stata una vera fortuna averla incontrata.

Continuava a rigirarsi nel letto finché non decise di alzarsi, fece forza sulle braccia ma ormai era troppo vecchio e stanco per alzarsi con così tanta facilità, allungo il braccio sinistro e afferrò il suo bastone, zoppicando arrivò allo specchio della camera, di fronte a lui un uomo con la barba bianca, pieno di rughe e con dei piccoli occhiali sul naso, si rifletteva in un’immagine che sembrava non appartenergli, lo sguardo gli cadde sulla cornice sopra il comò, lui e Lena abbracciati in una via di Roma, durante quel viaggio che lei aveva tanto insistito per fare e come sempre alla fine lo aveva convinto. Lui non amava gli spostamenti ma guardando la foto sorrise, lei aveva avuto ragione, erano stati giorni davvero felici quelli. Prese la cornice in mano e la strinse al petto trattenendo una lacrima. Ecco in quella foto si riconosceva, e finché c’era stata lei si era sempre visto così, come se non fosse mai invecchiato, perché lei lo guardava così, come se fosse ancora quel bel ragazzo di cui si era innamorata qualche secolo prima, e attraverso gli occhi di lei lui era rimasto giovane per sempre, un per sempre che era finito quella mattina di febbraio quando lei si era dimenticata di svegliarsi per dargli il suo buongiorno. Sì a Gino piaceva pensare questo, che la sua Lena si era dimenticata di svegliarsi, distratta com’era sempre da tutti i suoi sogni. Preferiva vederla così la questione piuttosto che ripetersi che lei era morta. Non gli piaceva la parola morte, soprattutto non gli piaceva abbinarla a lei, a lei non si adattava affatto quella parola a suo parere.

Quanto tempo l’aveva fatta aspettare, a quell’ora avrebbero potuto avere incartato ancora più ricordi di quanti non ne avessero accumulati. Gino non riusciva proprio a fermare i pensieri per quanto ci provasse continuava la sua serie infinita di se e ma

Sempre camminando a fatica fece il giro della casa ripercorrendo insieme alla vista degli oggetti disseminati in giro tutta la lista di ricordi che appartenevano loro, si ricordò di che sorriso meraviglioso avesse lei il giorno in cui avevano iniziato a vivere in quella casa, insieme.

Scostò la tendina lilla dalla finestra e guardò la piazza, poi chiuse gli occhi, gli sembrò di sentire lei che arrivava da dietro a stringergli i fianchi, gli poggiava un bacio sulla guancia e gli domandava cosa stesse guardando.

Non voleva farlo ma pianse.

Quando gli sembrò di aver ripercorso a dovere ogni singolo ricordo dandogli la dovuta importanza tornò a letto. Gino non credeva in Dio, non ci aveva mai creduto, ma quella notte aveva proprio bisogno di parlare con qualcuno, non c’era più lei che lo ascoltava, e così provò a chiedere a Lui, se, gentilmente, quella notte lo avesse potuto far dormire, dormire così profondamente, da dimenticare di svegliarsi.

Karen Lojelo

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Domenico Modugno- Tu Si ‘Na Cosa Grande 1964

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