Follia (racconto breve)

Le lancette dell’orologio giravano e scandivano ogni secondo, lo scandivano insieme alla goccia che continuava a cadere sul lavandino di ceramica con una cadenza insopportabilmente perfetta, e sembrava rendere il silenzio ancora più muto . “Dov’è che ho sbagliato tutto? Dove mi sono persa, arresa, vinta, sconfitta?” Continuava a pensare lei.

In quella casa di cura erano tutti pazzi, questo continuava a pensare, come ci era finita? Che cosa mai aveva fatto per meritare un simile trattamento? Nessuno la andava più a trovare da anni, forse due, o tre?  Non riusciva nemmeno a ricordare l’ultima volta che aveva visto un volto amico. La stanza bianca sembrava avvolta da un muro di ovatta che al tempo stesso amplificava ogni singolo, sordo, rumore della notte.

Tutti dormivano e Benedetta accese la piccola luce sul comodino, aprì il fazzoletto bianco che aveva riposto sotto al cuscino e guardò con attenzione quelle pasticche colorate che aveva fatto finta di ingoiare poche ore prima, si alzò dal letto in punta di piedi e raggiunse il bagno gettando nel water il fazzoletto e il suo contenuto. Tirò lo scarico e rimase a guardare come tutto precipitava in quel vortice di acqua scomparendo giù in fondo allo scarico. Chissà dove andavano a finire, pensava, gli tornò in mente il mare, una giornata d’inverno, la spiaggia semideserta e il canto dei gabbiani in sottofondo, in tanti anni non aveva mai smesso di prendere le medicine fino a quel giorno. Infatti fino a quel giorno non aveva mai ricordato quella giornata d’inverno che ora sembrava appartenere ad un’altra vita. Una vita non sua. Forse quel ricordo le appariva più come il trailer di un film visto al cinema che come qualcosa di proprio e vissuto

Le sembrava di ricordare di essere stata felice quel giorno. Chiuse gli occhi e la sua mente continuò a viaggiare all’indietro. C’era una bambina che correva sulla sabbia a piedi nudi e lei la sgridava, le diceva di rimettersi le scarpe perché faceva freddo e si sarebbe raffreddata. La piccola testolina bionda le si avvicinò stringendole le gambe e lei l’aveva presa in braccio. Da dietro altre due braccia all’improvviso strinsero lei. Benedetta si era voltata sorridendo.

Aveva avuto una vita normale per un po’ di tempo evidentemente. Ora ricordava bene, era proprio lei su quella spiaggia, che teneva in braccio quella bambina bionda, accanto a quell’uomo alto che le sorrideva dolcemente. Aprì gli occhi e si guardò intorno. I muri erano pieni di scritte. Era sicura di non averle fatte lei ma in fondo non avrebbe potuto metterci la mano sul fuoco. Due lacrime le rigarono il viso. Serrò nuovamente le palpebre appoggiando le mani contro il muro perché sentiva che le gambe iniziavano a reggerle a fatica. Riaprì gli occhi cercando di scacciare il ricordo. Pensò che era troppo doloroso in fondo ricordare e che magari non aveva avuto una buona idea fingendo di ingoiare quelle pasticche colorate. Avrebbe dovuto mandarle giù tutte d’un fiato come le diceva sempre Matilde, quell’infermiera in fondo era sempre stata buona con lei. E anche il dottor Rodriguez le aveva sempre detto che non era pronta ad affrontare i suoi ricordi, “Il ricordo della felicità fa più male del ricordo del dolore Benedetta, quando non c’è più ti ricorda solo quello che hai perso, quando sarai più forte affronteremo insieme i tuoi vuoti di memoria.”

Lui le aveva ripetuto quelle parole dal giorno in cui era stata ricoverata. Forse aveva ragione. Benedetta improvvisamente sentì la sirena dell’ambulanza e si portò le mani sulle orecchie perché il suono era talmente forte da stordirla, ma più cercava di attutire il rumore con le sue mani più si faceva forte. Il rumore non veniva da fuori ma da dentro la sua mente, cadde sulle ginocchia continuando a tenersi la testa tra le mani e vide la strada che correva veloce dal finestrino, una folle corsa verso l’ospedale, ora ricordava le sue urla dentro l’ambulanza e quegli uomini che la tenevano ferma e le iniettavano un calmante. Ricordò che all’improvviso tutto sembrò silenzioso e distante, l’ambulanza continuava a correre ma lei non aveva più paura. Aveva pensato “È finita, non importa, sono stata felice.” Invece non era finita, lei era viva, purtroppo, ancora.

Karen Lojelo

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